Diego da zero alla maratona di New York in un anno

Breve cronistoria di un successo annunciato ma non scontato.

Ricordo perfettamente quel giorno di ottobre. Parlando con mio figlio Federico:

“Sai Fede, mi sono candidato per un progetto.”

“Quale papà?”

“Mah… nulla di particolare. Un progetto dove prendono delle persone fuori forma e sedentarie e le portano a correre una maratona.”

Lui mi guarda… passa qualche secondo… poi scoppia a ridere

“E quale sarebbe questa maratona che devi fare?”

“La più famosa del mondo, New York!”

“Si papà certo… Tu corri. Sì… sì”, continuando con quel ghigno bastardo che lo contraddistingue. Passa circa un’ora. Torna da me. Mi abbraccia:

“Papà, se tu vai a New York a correre io verrò con te e farò il tifo!”

12 mesi dopo…

04 novembre 2018, al termine della mia prima maratona mi viene incontro, mi abbraccia

“Papà sono fiero di te”.
Gli metto la medaglia al collo.

Ecco, in queste parole si può riassumere quanto accadutomi nell’ultimo anno. Quello del cambiamento. Il mio. Fisico e mentale.

Lo ammetto, mi sono iscritto per gioco. Non ho mai vinto nulla, così ho pensato: perché dovrei essere selezionato ora?

E invece quel sabato pomeriggio ero lì, in prima fila, sempre con Federico al mio fianco. “Diego Vannini!” urla Michele, l’ideatore del progetto. Subito non ho realizzato cosa stesse per accadere.

Passano un paio di giorni e la chat del gruppo si infuoca. Programmi, test, analisi, … Ogni giorno attaccavo “Strava” anche per andare al supermercato. Ogni occasione era buona per camminare. Wow! Inizio a capire.

Prime prove di corsa. Avrò fatto sì e no 100 metri. Avevo il fiatone, gambe dure. Boh… E adesso?

Da quel momento è stata una escalation di avvenimenti:

  • allenamenti e chilometri quotidiani.

Senza grosse pretese, bastavano 30′ al giorno. In poche settimane ho iniziato a stare meglio.

Il sorriso quando correvo quattro o cinquemila metri, un numero che sa di enormità.

Passano le settimane e si alza il tiro. Mio figlio che mi chiede ogni volta “Quanto hai fatto?” “Sei lento, fai di più!”. E allora dai: mettiamoci sotto.

Le uscite in gruppo, le uscite singole con i coach.

Bello.

Aria aperta, natura. Sentire il proprio passo scandito sulla neve. Le giornate si disegnavano sugli allenamenti, mi organizzavo con cura maniacale.

La 10k di Novara, fatta praticamente camminando ma con tanto di medaglia finale, la prima. Capiamoci: fin qua tutto bello, ma poi arrivano le prime crisi.

Un po’ di influenza. Tutto il castello di carte crolla.

Provo a ripartire con molta fatica. Riesco a sbloccarmi e via in strada. Ricordo quando mi sono iscritto alla 10k di Torino:

  • fuori allenamento,
  • fuori forma,
  • stanco,
  • giornata di pioggia.

E poi taglio il traguardo.

E lì mi sono detto: “Cazzo, allora posso fare di più”.

Il morale risale di colpo, allenamenti più lunghi, uscite meno frequenti.

Che figata! Arriva anche il momento del vero test: la mezza di Chiavari.

Mi iscrivo carico come una molla, ma poi succede qualcosa che ancora una volta distrugge tutto, ma soprattutto mi blocca la testa. Mi alleno lo stesso, ma senza controllo, possiamo dire che mi trascino. Arrivo a Chiavari completamente perso. Parto a fatica, ma dopo 2h e 50′ taglio quel traguardo, circondato dai miei compagni di viaggio. La forza e la carica che mi danno è impagabile.

Stanchissimo, inchiodate le gambe, ma fatta tutta. Mi iscrivo a New York.

Proseguo come posso gli allenamenti, per me il periodo estivo lavorativamente è molto impegnativo, poche ore di sonno, poco tempo libero, ma riesco comunque a correre altre due mezze maratone a Orta, in soli 5 giorni.

Soddisfatto, appagato. Con ancora la fame di fare meglio.

Mi fermo qualche settimana, ma bisogna pensare alla gara regina, bisogna consumare l’asfalto. Una bella mattina ho appuntamento con i miei compagni per un bel 30k. Sai cosa faccio? parto da casa correndo e mi porto avanti. Tutto troppo bello.

L’alba per strada, in mezzo al nulla. Emozioni.

Senonché al ritorno, a circa 27 km, mi si bloccano le gambe. Dolori, urla, mi stendo per terra per 15′ e osservo il cielo. E giustamente penso a come farne 42, vista la situazione, sorrido e mi rialzo, e via verso casa, zoppicando un po’.

La settimana dopo riparto, sempre di notte, e ne ingoio 25 di chilometri. Decisamente meglio. Le gambe rispondono. Qualche giorno dopo altri 10 km in velocità. Sì, sto benissimo.

L’adrenalina pre partenza si fa sentire.

E finalmente sbarco nella grande mela.

Riesco anche a fare un paio di uscite da pochi chilometri in Central Park. Lì, sì, lì a New York ho finalmente realizzato di esserci, carico di sogni e di esperienze che nessuno potrà più togliermi. Il giorno prima la Dash 5k tutti insieme, naturalmente con mio figlio accanto. Sì, sono un papà fortunato.

Ed ora il gran giorno, il mio, quello per cui ho lottato per dodici mesi, la mia impresa personale. Sono tranquillo, comunque vada sarà un successo.

Quel percorso di 42 km in mezzo a migliaia di persone che urlano, le strade che diventano una festa globale, non sento neanche più la fatica, mi voglio godere ogni singola sfumatura di questa incredibile città, me ne fotto del cronometro. Sono io e New York.

Piango alla partenza, l’Inno nazionale americano seguito da New York New York di Frank Sinatra mi tolgono il fiato. E poi via sul ponte di Verrazzano.

Non riesco a descrivere come mi sono sentito in quelle sei ore. Un misto di

  • orgoglio,
  • paure,
  • consapevolezza di esserci.

Cazzo, sono un Runner nella Maratona più famosa del mondo.

A due chilometri dall’arrivo i crampi si fanno sentire, ma io accelero ancora. E finalmente metto al collo quella dannata medaglia. E vado velocemente verso l’uscita. Volevo abbracciare solo una persona, sì lui, Federico, che da ore mi stava aspettando. Sento urlare. È lui. Non ho spazio per le lacrime. Mi viene incontro, ha gli occhi lucidi.

“Papà sono fiero di Te.”

Cosa posso desiderare ancora? Mi tolgo la medaglia e gliela metto al collo. In fondo è forse più sua che mia. È grazie a lui e alla sua forza se sono riuscito ed arrivare alla fine, il messaggio che volevo dargli è semplice “nella vita potrai essere qualunque cosa tu vorrai, basta metterci l’impegno e crederci fino in fondo“.

E se accanto hai delle persone che condividono lo stesso obiettivo è ancora più facile. Insieme si può. Ci si dà forza nei momenti bui, ci si spinge oltre i propri limiti.

Ora ho la consapevolezza di essere più forte. Di poter affrontare la vita da un altro punto di vista.

Mi sono iscritto alla maratona di Parigi, Run to Feel Better è uno stile di vita.

Diego Vannini – per gli amici Cocker
45 anni – 20 kg in meno in 12 mesi
1.000 km corsi… sono un Maratoneta.

Ps: Nel frattempo Diego ha tagliato anche il traguardo della maratona di Parigi.

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