Fotografia con in primo piano maglietta Run To Feel Better e medaglia e sullo sfondo il Tower Bridge

Maratona di Londra 2018, la mia esperienza

Ho appena tagliato il traguardo della maratona di Londra 2018, posato per la classica foto di rito e decido di sedermi su un marciapiede per riposare un po’.

Improvvisamente inizio a piangere come un bambino.

Di gioia, di rabbia, di dolore?

Per capirlo devo raccontarvi un pò di più della mia giornata.

Immagina di lavorare 6 mesi per un solo obiettivo attraverso

  • sacrifici quotidiani,
  • sudore,
  • tempo strappato alla famiglia.

Finalmente ci sei, sei pronto a partire, controlli tutto ma ti accorgi che manca qualcosa: quello che manca è un oggetto piccolo, ma sei consapevole che senza di quello i 42 km e 195 m che stai per affrontare non avranno alcun valore e che di tutti i sacrifici fatti non ne resterà mai traccia.

Come ti sentiresti? Disperato, incazzato, deluso….

Queste sono le sensazioni e gli stati d’animo che ho provato sulla mia pelle a 2 ore dalla partenza: quella piccola cosa che mi mancava si chiama chip e serve a registrare la prestazione del partecipante, così da rendere ufficiale il tempo di chiusura della maratona.

Sono due gli oggetti necessari per poter correre un evento di questa portata:

  • pettorale,
  • chip.

Tutto il resto, che si tratti di abbigliamento tecnico, GPS o l’ultimo ritrovato in fatto di scarpe, è importante ma non fondamentale.

Solitamente pettorale e chip sono insieme: a Londra il chip va applicato sulla scarpa e sulla mia il chip non c’è mai arrivato.

  • Perché non l’ho messo la sera prima?
  • Perché non l’ho messo al mattino in albergo?
  • Perché non l’ho messo sul pullman in direzione partenza?

Sono tutte domande che mi tormentano e mi tormenteranno ancora per molto tempo, ma non troverò mai risposta… sono fatto così… ogni tanto viene fuori il mio lato fantozziano…

Una volta accortomi che avevo perso il chip, in preda alla disperazione, ho vagato per più di un’ora sotto il sole per cercarlo: ho pianto, imprecato, ma alla fine non c’è stato nulla da fare… non l’ho trovato.

L’unica cosa puoi fare in quei momenti è cercare un po’ di conforto nelle persone che più ti sono vicino: ho mandato qualche messaggio a mia moglie, al mio amico Bobo, sulla chat del mio gruppo Run To Feel Better.

Tutti a loro modo mi hanno fatto capire il perché ero li:

  • Ero li per rivivere l’emozione della maratona.
  • Ero li per essere d’esempio e di stimolo ai ragazzi di Run To Feel Better.
  • Ero li per provare di nuovo quella scarica di adrenalina che sembra non finire mai.

Mi sono quindi detto… vaffanculo il chip.. vado a correre la maratona di Londra e me la godo… non avrò mai il tempo ufficiale, ma nessuno potrà mai privarmi di quelle emozioni che solo un maratoneta può comprendere.

Mi sono asciugato le lacrime e mi sono incamminato verso la griglia di partenza, seguendo il lungo serpentone di persone che lentamente si muoveva con me. Nella confusione mi sono anche messo nella griglia più lenta rispetto la mia e, una volta partito, ho quindi trovato grandi difficoltà a raggiungere e mantenere il passo che mi ero prefissato.

Poco male, mi sono detto, tanto non avrò mai un riscontro cronometrico ufficiale e il tempo passato a cercare il pettorale sotto il sole mi ha fatto arrivare piuttosto accaldato alla partenza.

Superati di poco i 2 km, dopo un veloce pit-stop in bagno, cerco di trovare il mio ritmo e di godermi lo spettacolo che si materializza davanti agli occhi: è la mia terza major… già a New York e Chicago ero rimasto sorpreso dal calore e dalla partecipazione del pubblico che ti incita durante il percorso. Ti danno una carica incredibile e ti fanno sentire un vero atleta.

Londra non è da meno.

Gente ovunque, bambini che ti danno il cinque, incoraggiamenti continui, band musicali: è una festa ininterrotta dove i runner, tutti i runner, sono i veri protagonisti.

La giornata è molto calda e ho modo di apprezzare i frequenti ristori predisposti lungo il percorso (rispetto ad altre gare erano tra l’altro disponibili comode bottigliette), decido quindi la mia strategia per cercare di mantenermi il più possibile idratato e rinfrescato: ad ogni ristoro prendo 2 bottigliette, una per trovare un po’ di sollievo dal calore a testa e viso, l’altra per sorseggiare un po’ d’acqua lungo il percorso.

La strategia si rivelerà efficace e azzeccata, nonostante il caldo e nonostante tradizionalmente io lo patisca in modo particolare, non lo soffrirò mai davvero per tutta la mattinata.

I km passano veloci e si arriva al ventesimo dove appare il Tower Bridge in tutta la sua maestosità: è uno dei passaggi più spettacolari del percorso, pubblico ovunque… attraversare il ponte rappresenta davvero qualcosa di speciale.

Appena dopo la mezza (superata in 2h 02′) incontro Francesca e Camilla, mia moglie e mia figlia. Scambio un veloce saluto e riprendo la mia corsa.

La maratona entra nel vivo, si iniziano a incontrare molte persone che camminano e in alcuni tratti dove la strada si stringe maggiormente sono obbligato a procedere a zig zag; faccio fatica a trovare un ritmo regolare e nel frattempo la stanchezza inizia a farsi sentire.

Rimango abbastanza impressionato nel vedere quanta gente sia coricata a terra o ferma lungo i marciapiedi; se da un lato ho la prova di essermi preparato adeguatamente, dall’altro non posso fare a meno di iniziare a temere che la crisi possa arrivare anche per me. Decido di tenere duro e provare a correre fino al 36° km, dove incontrerò nuovamente Francesca e Camilla.

Tutto sommato i chilometri scorrono veloci uno dopo l’altro, passo nuovamente a fianco del Tower Bridge e il tifo si fa sempre più caldo.

Verso i chilometro 39 arriva la crisi vera e propria le gambe non vogliono più saperne di correre; inizio a provare a marciare, in pratica non stacco più entrambi i piedi contemporaneamente da terra, e mi piego anche un po’ in avanti con la schiena iniziando a mulinare con le braccia.

Mi viene da ridere nel pensare alla postura che sto adottando, non dev’essere la sintesi dell’eleganza, ma d’altra parte non sto più correndo… mi sto trascinando…

La strategia però funziona e, alla fine dei conti, riesco ancora a reggere un dignitoso 6h 10′ al chilometro, superando molti altri runner in difficoltà.

Quando vedo il cartello degli 800 metri capisco che è fatta; rallento un attimo e mi preparo a godermi il momento.

Dopo il cartello dei 400 metri c’è una curva a destra, sulla sinistra scorre Buckingham Palace e finalmente imbocco il rettilineo finale… the Mall…

Uno spettacolo da pelle d’oca, tanto che decido di godermi il momento, inizio a camminare e saluto il pubblico, cerco di incitarlo, urlo e nel frattempo taglio il traguardo.

Subito dopo, il rituale classico, medaglia al collo e foto da appendere in camera.

Ed eccomi di nuovo sul marciapiede che vi descrivevo all’inizio di questa storia; singhiozzo talmente forte che mi si avvicina un addetto medico per chiedere se fosse tutto a posto. Accenno a un sì con il capo e lascio per altri cinque minuti che tutte le tensioni, le difficoltà e i sacrifici di questi mesi e di queste ore trovino sollievo con un pianto liberatorio, insieme a un misto di gioia e di scarico delle tensioni accumulate prima della partenza.

Lentamente mi riprendo, mi rialzo con fatica e inizio a camminare; mi rendo conto di essere fortunato, di aver corso una delle maratone più belle del mondo e di non essere nemmeno troppo stanco.

Sono felice, sono felice perché alla resa dei conti corriamo per vivere e assaporare fino in fondo queste emozioni, corriamo per farci inebriare dall’adrenalina, we Run To Feel Better.

 

Fuck the chip…

 

P.S.: Ho mandato la mia traccia GPS all’organizzazione e mi hanno  messo in classifica. 😉

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