Storia di un disastro evitato… Diego a Parigi

Era circa a metà novembre quando, ancora carico di adrenalina da New York e dalla mia prima maratona, parlando con i miei compagni RTFB, ci lanciamo sull’idea di iscriverci alla Maratona di Parigi.

Nuova città, nuova esperienza, nuova sfida. Sapete cosa ho fatto? Mi sono iscritto.

Così. Convinto che anche loro, da li a poco, avrebbero fatto lo stesso. Ma niente… Nessuno si iscrive… Penso tra me e me… Vado da solo #acazzoduro. Cinque mesi. Ce la posso fare, penso io… E mi gaso come sempre. Non ho però fatto i conti con gli impegni di lavoro, le varie influenze, il tempo non sempre clemente. Lo ammetto: non sono pronto fisicamente.

I miei coach, tutor, amici ormai tentano in ogni modo di dissuadermi dal fare questa pazzia, ma la mia mente è già sulla griglia di partenza. Gli allenamenti corti vanno benino, i lunghi un po’ meno. Faccio un primo tentativo di 22 km. Li porto a termine… ma con crampi allucinanti. Mi dico ok, era solo il primo.

Faccio un secondo giro ma a 17 km mi stufo, giuro.

Ultimo tentativo si presenta alla Bi-Ultra di Biella. 6 Ore di tempo per macinare chilometri.

Programmo di farne 30 bene e poi quello che viene viene. A 15 km vado in crisi. Un po’ la stanchezza, un po’ le scarpe nuove, un po’ la testa… Decido di camminare fino a farne 34 km. Amen. Quello che è fatto è fatto. Si parte per Parigi.

Il tempo sembra clemente, previsti 3 giorni di sole: all’atterraggio in effetti era così, ma non avevo fatto i conti con il vento freddo, più freddo di NY a novembre. Mi copro, che problema c’è?

Il sabato mattina la Breakfast Run di 5 km, sempre in compagnia di mio figlio e dei carissimi amici Rosa, Federica e Mariano. Un bel giro nel centro e lungo la Senna. Come da programma alla sera, distrutto, si va a dormire presto, in vista dell’impresa!

  • Sveglia,
  • colazione di ricarica
  • e in meno di 30 minuti arrivo all’Arco di Trionfo, alla partenza.

Per evitare lo stesso errore della Grande Mela, decido di andare in bagno prima di partire. Stessa idea di altre decine di persone. Con pochi bagni chimici si è formata una gran coda. Il tempo passa e tutti abbiamo fretta di andare nello schieramento. Parto con l’ultima wave. È il momento. Entro.

Mentre chiacchiero con mio figlio al di là della rete mi accorgo di essere ultimo, ma proprio ultimo! Dietro di me il vuoto. Che figo! 3…2…1… Via!

La partenza di Parigi è in discesa, partono tutti a cannone. Lì per lì penso: “Dove cazzo sono finito? Ma sopratutto, dove cazzo vogliono andare tutti questi qua?”. Dopo il primo chilometro dove ho cercato di tenere il ritmo, rinuncio. Non voglio ritirarmi al quinto!

Prendo il mio passo di difesa. Sono solo. Dietro di me polizia, ambulanza e la macchina di fine gara con sopra un bell’adesivo gigante “MAX 6 ORE”,

Che angoscia! Come si fa a correre così?  Col fiato sul collo.

Ma non mollo. Decido di non farmi influenzare. Al quinto chilometro la strada si incrocia con quella del ritorno e vedo i primi partenti, quelli forti, che mi vengono incontro e girano su un’altra Rue. Proseguo fino al tredicesimo dove incontro mio figlio, gli amici e dove mi ritrovo insieme ad un’altra decina di concorrenti, ma siamo sempre gli ultimi. Entro nel parco Bois de Vincennes e inizia la magia: pronto a scalare gli altri maratoneti, quelli partiti velocissimi. Uno ad uno. Lascio indietro le macchine di assistenza e proseguo con il mio solito ritmo. Ho pensato che,  se ne avessi avuto, avrei usato tutto sul finale.

Il percorso è fantastico. Monumenti, palazzi, il ritorno lungo la Senna. Sempre più gente in strada. Ecco ora sto benissimo. Le gambe vanno, il fiato ok. Me la godo come so fare io!

Passo vicino alla Torre Eiffel. Valanghe di persone. Incrocio di nuovo Federico, mio figlio. Il bello di questa Maratona è che in molti punti la strada è aperta, quindi mi sono ritrovato a correre con lui un paio di km. Insieme. La carica giusta!

Riattraverso tutto il centro per entrare nell’altro grande parco, il Bois du Boulogne. Ora siamo in tanti, molti camminano, altri si fermano a fare stretching. La temperatura è fredda ma sopportabile. Il sole mi scalda la schiena. Il muro dei 30 non lo sento, anche questa volta mi ha lasciato stare.

Arrivo al km 38, quando le gambe mi lasciano definitivamente.  Crampi e ginocchia doloranti. Penso “ecco il mio muro”. Ecco il momento di usare la testa e il cuore. 4 km e sarò finisher. Un delirio.

Passo davanti alla fondazione Louis Vuitton e la bellezza di questa struttura mi illumina. Procedo. -3, -2, -1… ci siamo. Sto arrivando. Decido di provare a stare entro le 6 ore. Impossibile. Troppo male. Mancano 700 metri. Arriva mio figlio a fianco:”Dai papà non mollare, ci sei quasi… dai!… dai! Sei un cazzo di finisher!”. Ecco, lì riparto.

A 100 metri lo fermano, proseguo da solo. Con le lacrime agli occhi. Soffro, davvero, tanto, ma sono felice. Attraverso il traguardo guardando l’Arco di Trionfo che mi ero lasciato alle spalle qualche ora prima. E sorrido, urlo, mi sfogo!

Diego e suo figlio con la medaglia al collo dopo la maratona di Parigi

FINISHER! Per la seconda volta.

Limo un minuto al tempo di New York. Sono felice. Davvero. Fanculo la classifica. Ho la medaglia al collo e Federico che mi corre incontro sorridendo. Sì, ho corso la mia seconda maratona. Sono un “cazzo di Finisher 2.0”. Sono orgoglioso di me. E sono sicuro che anche questa volta mio figlio avrà un altro ricordo bellissimo.

Federica, Mariano e Rosa con Diego alla partenza

Ringrazio tutti i miei compagni runner per l’appoggio, per i messaggi e il tifo in diretta. Devo davvero molto a tutti loro. Federica, Mariano e Rosa che mi hanno gentilmente ospitato e coccolato e mio figlio, compagno di mille avventure… “E ora scegliamo la prossima destinazione, vero?”.

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