Ginocchio del corridore (sindrome della bandelletta ileo-tibiale): FAQ

Cos’è la sindrome della bandelletta ileotibiale

La sindrome della bandelletta ileotibiale interessa principalmente runner e ciclisti ed è la terza patologia più diffusa nei runners sulla lunga distanza.

Tipicamente si manifesta nei soggetti che iniziano a correre o negli atleti che incrementano in maniera improvvisa ed eccessiva la propria intensità degli allenamenti.

Cos’è la bandelletta ileotibiale e a cosa serve?

La bandelletta ileotibiale è un ispessimento della fascia lata, una sorta di guaina che riveste la muscolatura della coscia e che principalmente ha la funzione di dare inserzione al muscolo tensore della fascia lata; questo muscolo ha un importantissimo ruolo nella stabilizzazione del ginocchio e dell’anca, oltre a essere fondamentale per mantenere la corretta posizione del bacino quando si è in appoggio su una sola gamba.

La fascia lata decorre lateralmente al femore (sul lato esterno della coscia), prosegue poi lateralmente all’articolazione del ginocchio e  va ad inserirsi al di sotto del ginocchio sulla superficie laterale della tibia e sulla testa del perone.

Cosa succede quando si instaura la sindrome della bandelletta ileotibiale?

Il meccanismo patologico di questa sindrome non è ancora del tutto chiaro, ma in base alle ultime evidenze scientifiche sembra essere dovuta ad un processo infiammatorio a carico di un cuscinetto di tessuto adiposo, nel quale sono presenti molte terminazioni nervose e molti vasi sanguigni, posizionato tra la bandelletta ileotibiale e il femore;  quando questo “cuscinetto” viene ripetutamente schiacciato tra femore e bandelletta dall’azione dei muscoli (durante la corsa o la pedalata) va incontro ad un processo infiammatorio che genera un dolore estremamente caratteristico sul lato esterno del ginocchio.

Quali sono i sintomi della sindrome della bandelletta ileotibiale?

Si tratta di un dolore che si manifesta in assenza di traumi a carico del ginocchio (in caso di dolore nella regione laterale del ginocchio comparso in seguito a traumi è necessario recarsi da uno specialista per escludere altre lesioni con sintomatologia simile, come lesioni del menisco laterale o lesioni del legamento collaterale laterale).

Nella maggior parte dei casi il dolore da sindrome della bandelletta ileotibiale è localizzato lateralmente al ginocchio (2-3 cm al di sopra o al di sotto del condilo femorale laterale) e

  • compare durante  l’attività fisica, solitamente dopo pochi km,
  • si acutizza (cioè peggiora) all’aumentare di
    • distanza percorsa,
    • velocità o intensità dell’allenamento.

Nel runner generalmente il momento più doloroso è quello nel quale si appoggia il tallone al suolo, con una flessione di ginocchio di circa 30° ( angolo con massimo “schiacciamento” del cuscinetto adiposo tra bandelletta e femore).

Perché viene la sindrome della bandelletta ileotibiale?

È considerata una sindrome da sovraccarico, è quindi dovuta nella maggior parte dei casi ad uno stress eccessivo a carico dei tessuti interessati.

I soggetti più colpiti sono quelli che iniziano l’attività fisica in maniera non graduale, impedendo ai loro tessuti di adattarsi agli stimoli meccanici legati all’azione muscolare durante l’attività sportiva.

Oltre ai runners alle prime armi, anche gli atleti più esperti possono sviluppare questa condizione patologica nel caso in cui

  • si sottopongano a sessioni di allenamento troppo intense per la capacità dei loro tessuti,
  • aumentino in maniera brusca ed improvvisa la distanza percorsa o la loro velocità,
  • corrano su sentieri accidentati o con elevate pendenze.

Un altro fattore in grado di determinare un aumento del rischio è l’utilizzo di una tecnica di corsa non corretta, in particolare nei soggetti con tendenza ad addurre l’anca durante la corsa (cross-over gait), aumentando di conseguenza lo stress meccanico sulla bandelletta.

Rimedi in caso di sindrome della bandelletta ileotibiale

Come abbiamo visto in precedenza la principale causa di questa sindrome è la gestione scorretta del carico di lavoro, quindi l’aspetto cardine su cui impostare il trattamento è un’attenta gestione fisica dell’allenamento:

  • In una prima fase l’ideale sarebbe fermare gli allenamenti fino alla completa scomparsa del dolore a riposo,
  • successivamente si può riprendere gradualmente l’attività senza andare a evocare dolore.

È caldamente raccomandato affidarsi a professionisti esperti in grado di preparare tabelle di lavoro adeguate alle esigenze di ogni singolo atleta, perché se pianificati correttamente nella maggior parte dei casi (circa 96%) questi accorgimenti sono sufficienti al ritorno alla corsa nell’arco di 6 settimane.

Altro elemento in grado di incidere notevolmente sulla comparsa di questa patologia è la ridotta forza della muscolatura dei glutei, che è causa di una caduta del bacino e di forte aumento dello stress sulla bandelletta ileotibiale.

Per diminuire la tensione a carico della bandelletta è inoltre fondamentale godere di una buona mobilità articolare; a questo proposito un ruolo di primo piano è rivestito dagli esercizi di stretching della muscolatura abbinato a tecniche di releasing miofasciale come massaggio di scarico o foam roller.

Superata la fase acuta della patologia, nelle ultime fasi del rientro all’attività ogni atleta dovrebbe sottoporsi a un’attenta valutazione della propria tecnica di corsa, al fine di andare ad individuare le alterazioni che possono essere state alla base dell’infortunio.

Successivamente dovranno essere studiati esercizi specifici per ogni atleta, con l’obiettivo di migliorare la tecnica di corsa, andando a ridurre notevolmente il rischio di riacutizzazione di questa patologia.

Cosa non fare  in caso di sindrome della bandelletta ileotibiale?

  • Evitare l’uso del foam roller o il massaggio profondo direttamente sulla bandelletta in fase acuta, che andrebbe esclusivamente a peggiorare lo stato infiammatorio dei tessuti senza apportare alcun tipo di beneficio.
  • Evitare di continuare ad allenarsi sul dolore, attività che porterebbe solamente a un peggioramento della sintomatologia dolorosa e all’instaurarsi di una condizione cronica.
  • Evitare, se non in casi strettamente necessari e su consiglio medico, di ricorrere all’utilizzo di infiltrazioni di corticosteroidi. Le più recenti evidenze scientifiche suggeriscono infatti che questo approccio sia solamente efficace nel ridurre il dolore sul breve termine, senza alcun miglioramento dell’outcome finale.

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