Fotografia di una fisioterapista che massaggia Michele dopo una corso

Il dolore nel runner: cosa può fare il fisioterapista?

Il dolore

Il dolore è una risposta a un pericolo; è il modo in cui il cervello segnala che c’è bisogno di agire. E il fisioterapista, come approccia il dolore?

Il dolore colpisce tutti ed è un meccanismo protettivo che aiuta a evitare un pericolo reale o percepito; può essere davvero indispensabile ai fini della sopravvivenza.

Talvolta il dolore dura più a lungo di quanto ci si aspetti. Alcuni soggetti finiscono con il convivere con il dolore per diversi anni, con serie ripercussioni sul quotidiano. Per riuscire a migliorare le proprie condizioni e non fargli prendere il sopravvento, è importante capire che cos’è il dolore e come può diventare persistente.

Il dolore è un segnale di risposta del cervello. È quest’ultimo a decidere se ci sia o meno dolore. Non è il corpo a segnalare il dolore al cervello.

Fino a poco tempo fa si riteneva che Cartesio, il filosofo francese, fosse nel giusto proponendo la tesi che una parte del corpo danneggiata inviasse un segnale di dolore al cervello per dire “ho male”. È invece ora assodato che Cartesio si sia sbagliato.

In alcuni casi anche danni significativi del corpo non determinano alcun dolore.

Finché il cervello non decide che “d’accordo, siamo in pericolo, vediamo se riesco a motivarti a intervenire in qualche modo”, il dolore non viene percepito. Perlopiù il cervello è nel giusto, anche se talvolta si può sbagliare.

Il sistema nervoso

Per approfondire ulteriormente è importante chiarire cosa sia il sistema nervoso.

Connettendo l’uno all’altro tutti i nervi del sistema nervoso, si raggiungerebbe in media una lunghezza superiore a 70 km. Tutti insieme i nervi costituiscono una formidabile rete di comunicazione che ci fa

  • muovere,
  • provare sensazioni,
  • sentire,
  • vedere

e, più in generale, ci permette di fare tutto quello facciamo.

Inoltre il cervello riceve costantemente segnali da tutto il corpo e utilizza questi dati, insieme ad altre sue parti come i centri della memoria e delle emozioni, per capire se esista un pericolo.

Immaginiamo per esempio di slogarci una caviglia: in questa situazione i terminali nervosi invierebbero segnali lungo la gamba fino al midollo spinale. Nel momento in cui dovesse ricevere un numero sufficiente di questi segnali, il midollo deciderebbe che la situazione è sufficientemente importante da avvertire il cervello.

Il cervello a sua volta userebbe questa informazione in vari modi:

  • Accederebbe all’area della memoria per capire se ha ricevuto informazioni simili in passato.
  • Userebbe elementi visibili, come l’aspetto dell’area del corpo (esempio: la caviglia è in una posizione anomala?).
  • Considererebbe anche fattori acustici, come l’eventuale schiocco di un legamento.

Il cervello è in grado di elaborare tutti questi dati molto rapidamente, al fine di decidere se esista o meno una condizione di pericolo. In caso affermativo verrà avvertito dolore, altrimenti no.

Se il cervello ritiene che ci sia una condizione di pericolo, userà il dolore per cercare di allontanarsene. Ecco perché il dolore può essere visto come uno strumento utile per la sopravvivenza.

In sostanza, che si subisca un danno acuto o si patisca un problema che dura da diversi mesi o anni, il dolore è sempre e comunque generato all’interno del cervello.

Il cervello però non ha sempre ragione e si può percepire dolore benché non ci siano più lesioni o condizioni di pericolo. Ecco alcuni punti importanti da considerare:

  • Il dolore non indica la gravità della lesione (pensiamo a quando ci tagliamo con la carta).
  • Talvolta danni molto estesi non determinano dolore (pensiamo ai vari aneddoti sugli incidenti automobilistici).
  • Talvolta dolori molto intensi possono manifestarsi in assenza di danni (a causa per esempio di  alcuni problemi del midollo spinale che irritano i nervi).
  • Talvolta, il dolore persiste anche se la lesione è guarita (per esempio il cosiddetto arto fantasma dopo un’amputazione).

Tutto dipende dalle decisioni del cervello.

Il dolore persistente o cronico può essere influenzato da tanti fattori, recenti studi di imaging del cervello hanno mostrato per esempio che

  • stress,
  • memoria,
  • ansia,
  • depressione

possono influenzare il dolore e alzarne/abbassarne i livelli percepiti.

Trattamento del dolore

Come fisioterapisti ci preoccupiamo in primo luogo di indagare in modo accurato e dettagliato storia e caratteristiche del dolore lamentato dal paziente, per capirne la causa principale e soprattutto per pianificare la strategia di gestione ottimale, che può includere

  • interventi fisioterapici routinari, come la terapia manuale (trattamento di rigidità, muscoli contratti e nervi irritati),
  • esercizio.

È altresì importante identificare le attività quotidiane che potrebbero accidentalmente esacerbare il problema.

Sono spesso poco accurate anche le convinzioni del soggetto sulle cause del dolore; tali convinzioni, se non sono di aiuto, vanno quindi messe alla prova.

Spesso, per esempio, i pazienti non svolgono attività fisica perché lamentano protrusioni discali; sono convinti che si tratti di una condizione che gli impedisce di svolgere attività fisica e determinanti movimenti.

Questa condizione viene creata nel momento in cui si sottopongono ad esami di imaging come la risonanza magnetica nucleare. L’esame evidenzia una o più protrusioni e il paziente si convince che siano la causa di tutti i suoi problemi, quando in realtà si tratta di un fenomeno degenerativo del disco intervertebrale presente in quasi tutte le persone dopo i trent’anni.

Anche una volta che il dolore acuto sia passato il paziente rimane convinto che la protrusione sia per lui un motivo di dolore e questa convinzione non farà altro che peggiorare la sua situazione.

A volte si assumono invece movenze che possono inavvertitamente peggiorare il problema: per esempio la zoppia abituale, quando la distorsione della caviglia è di fatto migliorata, invia false notizie al cervello, perché associa il modo di muoversi con il dolore: se zoppico, devo avere male…

Nel caso del runner infortunato che continua ad allenarsi vengono poi inevitabilmente anche a crearsi delle alterazioni posturali e degli adattamenti del gesto sportivo; questo aspetto è da considerare con grande attenzione quando il terapista valuta il paziente.

Alcuni runner continuano a muoversi come se avessero dolore anche in assenza di esso, perchè hanno memoria del dolore. Instaurano così uno schema protettivo inconscio e spesso difficile da individuare, ma che può di fatto predisporre allo sviluppo di nuovi infortuni.

Per questo motivo una valutazione del gesto dinamico, della postura e della tecnica di corsa sarebbe utile a ogni runner per migliorare la propria tecnica e ridurre il rischio.

Queste forme di stress sono prodotte dal cervello e colpiscono direttamente la sua sensibilità, spesso amplificando la percezione del dolore; devono quindi essere identificate e affrontate rapidamente per abbassare la risposta inconscia, o con farmaci adeguati, o con interventi psicologici che

  • aiutino a gestire stress, ansia e depressione,
  • contrastino i pensieri molesti.

Il punto fondamentale è che il cervello usa tutte le sue risorse per proteggerci. Sono tanti gli aspetti che influenzano il dolore, dai ricordi alle emozioni, dall’ambiente in cui ci troviamo alle nostre stesse preoccupazioni relative al dolore.

Il fisioterapista cerca di aiutare chi soffre di dolore, che sia acuto (insorto da poco) o cronico (persistente); lavora con il paziente per capirne la causa principale e gli elementi che contribuiscono al dolore nonostante l’avvenuta guarigione organica.

Non pensare che il dolore sia tutto nella tua testa. Lo è… ma non in senso negativo.

Non si è né strani né matti se si provano sensazioni apparentemente non giustificate. Può dipendere semplicemente dal fatto che il cervello sia un po’ confuso: chiedi aiuto e non far finta di niente.

Traduzione di Better understanding pain and its treatment (RealBuzz.com), con il permesso del detentore dei diritti d’autore.

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